sabato 18 novembre 2017

Il settore primario, agricoltura e allevamento

Il settore primario


Le attività agricole del pianeta

~ Le attività agricole producono i generi alimentari necessari per la nostra sopravvivenza e
oggi contribuiscono in misura modesta al Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale (5%), anch'e
se occupano ancora la maggioranza della popolazione attiva del pianeta (40% circa). Esistono
grandi differenze tra i paesi poco sviluppati, in cui l'agricoltura è spesso praticata con metodi
tradizionali da una moltitudine di contadini poveri, e i paesi industrializzati, dove l'agricoltura
è invece tecnologicamente più avanzata, occupa pochi addetti ed è più redditizia.
~ La distribuzione delle produzioni agrirnle nel mondo è determinata sia da fattori naturali,
come il clima, il tipo di terreno, le risorse idriche, sia da fattori umani, come le tecnologie
utilizzate, il tipo di proprietà delle terre, i capitali impiegati, i prezzi delle merci ecc. I
suoli coltivabili (11 % della superficie terrestre) sono distribuiti in modo ·disomogeneo. Si
concentrano infatti nella fascia temperata dell'emisfero boreale, dove si produce la maggior
parte degli alimenti necessari a sfamare l'umanità, mentre sono poco estesi nelle aree meno
sviluppate del Sud del mondo. Africa e America Latina, tuttavia, dispongono di grandi estensioni
di terreno coltivabile non ancora utilizzate. Negli ultimi cinquant'anni, con l'aumento
della popolazione mondiale, la disponibilità pro capite di terra coltivabile si è dimezzata
quasi ovunque, mentre la produzione agricola è più che raddoppiata. La metà del prodotto è
costituita dai tre cereali che sono alla base dell'alimentazione di gran parte della popolazione
mondiale: mais, frumento, riso.
~ L'incremento della produzione agricola è dovuto all'aumento della resa dei terreni, cioè
della produzione per ettaro, che per i cereali è addirittura raddoppiata (da circa 1,5 a 3 tonnellate).
Il miglioramento della resa dei terreni si è verificato più nei paesi sviluppati che in
quelli economicamente arretrati; negli USA, per esempio, da un ettaro si ricavano 55 quintali
di cereali contro i 23 dell'India.
~ Una maggiore produttività è stata possibile grazie alla crescente meccanizzazione dell'agricoltura
(impiego di trattori, mietitrebbiatrici), all'uso di moderne tecniche d'irrigazione
e di fertilizzanti e antiparassitari chimici, che però hanno causato anche fenomeni di degrado
e di inquinamento dei suoli e delle acque. Negli ultimi decenni, inoltre, la meccanizzazione
ha provocato nei paesi industrializzati una forte riduzione degli occupati nel settore,
passati da circa 117 a 48 milioni. Nei paesi meno sviluppati, invece, dove la modernizzazione
tecnologica è meno diffusa e maggiore è la crescita demografica, il numero di addetti
è raddoppiato (da circa 700 milioni a 1,3 miliardi).


L'agricoltura nei paesi industrializzati

..,. Nei paesi più sviluppati l'agricoltura occupa una piccola percentuale di popolazione attiva
(dall'1 al 5%) e non costituisce la principale fonte di reddito. L'agricoltura di sussistenza è
scomparsa ed esiste solo un'agricoltura di mercato, in cui le coltivazioni sono realizzate da
aziende agricole che vendono i propri prodotti sui mercati nazionali e mondiali. Le colture
sono organizzate in base a modelli industriali: le aziende producono grandi quantità di una
o di poche piante agricole utilizzando molti macchinari, prodotti chimici, sofisticati sistemi
di irrigazione. Le rese dei terreni, inoltre, sono molto più elevate di quelle delle coltivazioni
tradizionali, anche se lo sfruttamento eccessivo del suolo e l'immissione di sostanze inquinanti
provoca danni agli ambienti naturali .
..,. Dove gli spazi sono vasti e la densità della popolazione è bassa (USA, Russia, Argentina,
Australia, Canada) prevale l'agricoltura estensiva. Essa consiste nella realizzazione di grandi
quantità di prodotto su vaste aree a monocoltura (cereali, tabaccò, cotone, soia), spesso
OGM ( "7 i1 caso a pag. 116), lavorate da pochissimi addetti. In questi casi la resa per ettaro non
è elevatissima, mentre è molto alta la produzione ottenuta da ogni singolo lavoratore. Negli
USA, grazie all'intensa meccanizzazione, un solo agricoltore può coltivare 100 ettari a cereali.
Al contrario, dove non esistono ampie distese pianeggianti e il territorio è densamente abitato
(Europa) prevale l'agricoltura intensiva. In questo caso, data la scarsità del suolo disponibile,
le aziende mirano a ottenere elevate rese per ettaro mediante l'uso di tecniche assai
avanzate e costose. Tipica delle zone ad agricoltura intensiva è la produzione di varietà pregiate
di ortaggi e frutta (pomodori, viti, agrumi), che richiedono particolari condizioni ambientali
e una cura costante da parte degli agricoltori .
..,. Nei paesi più sviluppati l'agricoltura è ormai strettamente integrata con i settori dell'industria
e del terziario. Molte industrie, infatti, forniscono macchinari, attrezzi, fertilizzanti
e antiparassitari agli agricoltori; a loro volta le aziende agricole producono materie prime
destinate a essere lavorate dall'industria alimentare (cereali, latte, verdura, frutta, carne) o
in altri settori, come quello cartario o chimico (il biodiesel è ottenuto da semi di piante oleose).
In alcuni casi, inoltre, grandi imprese multinazionali controllano l'intero ciclo produttivo
legato all'agricoltura: possiedono infatti aziende agrarie, industrie per la lavorazione dei
prodotti agricoli, fabbriche di macchinari e di fertilizzanti, nonché catene di supermercati
in cui vengono venduti i prodotti alimentari.

L'allevamento

..,. Fin dai tempi più remoti l'allevamento del bestiame ha affiancato l'agricoltura. In alcune
società tradizionali pastori e agricoltori hanno combattuto conflitti secolari per l'uso esclusivo
dei terreni. In altre, invece, le due attività sono da sempre complementari: l'agricoltura
produce il foraggio per gli animali che a loro volta forniscono forza muscolare e concime
(escrementi) per le coltivazioni. Oggi nei paesi industrializzati allevamento e agricoltura sono
sempre più integrati tra loro, tanto che i 3/4 delle produzioni mondiali di cereali e di soia
sono destinati all'alimentazione animale.
..,. La produzione mondiale di bestiame è in fase di costante crescita. Le principali specie allevate
(per numero di unità) sono: volatili (pollame), bovini, ovini, suini e caprini. Nettamente
inferiori sono le produzioni di equini e camelidi. La Cina è complessivamente il principale
produttore mondiale di bestiame seguita da Brasile, USA e India .
..,. Nei paesi più poveri del mondo è tuttora molto diffuso un allevamento tradizionale, simile
all'agricoltura di sussistenza per arretratezza tecnologica e scarsità del reddito prodotto. Soprattutto
nelle zone aride dell'Africa sub-sahariana e dell'Asia centrale prevale l'allevamento
allo stato brado di ovini e caprini, e in misura minore di bovini. Tuttavia, per la carenza di acqua
e di pascoli, l'allevamento ha spesso carattere itinerante e costringe i pastori e le loro famiglie
a una vita nomade o seminomade. In tutti i villaggi rurali, inoltre, si pratica un allevamento
sedentario di sussistenza: il bestiame è allevato in piccoli gruppi dalle famiglie contadine e
i prodotti ricavati sono destinati al loro sostentamento o scambiati con prodotti agricoli.
..,. Nei paesi più avanzati, specie dove non esistono grandi spazi disponibili (Europa e costa
orientale degli USA), ha avuto un notevole sviluppo l'allevamento intensivo {37% della produzione
mondiale di carne). Esso è praticato con criteri industriali all'interno di grandi stalle dotate
di moderni sistemi meccanici per l'alimentazione e la mungitura del bestiame. Queste
aziende zootecniche attuano la selezione genetica degli animali e spesso dispongono ·di impianti
per la lavorazione delle carni o del làtte. L'allevamento intensivo provoca tuttavia seri
danni ambientali a causa degli scarichi degli escrementi degli animali, le cui grandi quantità
sono concentrate in spazi ristretti. Molto comuni sono anche i sistemi misti di allevamento, in
cui gli animali sono allevati sia in stalla sia all'aperto, nei pascoli. Nelle regioni dove sono disponibili
vaste distese di pascoli (Grandi Pianure degli μsA, Brasile, Argentina), invece, è ancora
diffuso l'allevamento estensivo allo stato brado (solo il 10 % della produzione mondiale),
praticato in enormi proprietà terriere controllate da multinazionali o latifondisti locali.

Le origini delle differenze nello sviluppo e il colonialismo

Le origini delle differenze nello sviluppo


Le comunità umane cominciano a differenziarsi nel Neolitico

...,. Perché gli europei e i loro discendenti «bianchi» del Nordamerica dominano tuttora il
mondo con il loro potere economico, le loro tecnologie, le loro armi? Perché ancor oggi numerose
popolazioni asiatiche, africane, sudamericane versano in condizioni di miseria e sottosviluppo?
Le risposte sono da ricercare nella storia, nella geografia e nella biologia.
Le origini delle differenze nello sviluppo delle comunità umane risalgono al Neolitico,
circa 10 000 anni fa. Fino a quell'epoca tutti i popoli della Terra erano formati da cacciatori/
raccoglitori che avevano le stesse abitudini di vita e lo stesso livello di sviluppo tecnologico.
Con l'introduzione, però, dell'agricoltura e dell'allevamento le comunità umane cominciarono
a differenziarsi. La maggiore o minore disponibilità di
piante e animali domestica bili (adatti alla coltivazione e al- Lo sapevi che ...
l'allevamento) e la presenza di climi più o meno favorevoli
determinarono diverse possibilità di sviluppo.
...,. La diffusione delle colture e dell'allevamento avvenne
dapprima in cinque regioni del mondo (Medio Oriente, Cina,
America centrale, Ande, America nordorientale) le cui
Nel Neolitico in America c'erano
appena due animali domesticabili
[tacchino e cane] e un solo cereale
[il mais]. difficile da coltivare.
popolazioni non erano in contatto tra loro. Tuttavia l'Eurasia godette fin dall'inizio di un
vero e proprio vantaggio ecologico: in primo luogo, non aveva conosciuto le grandi estinzioni
di mammiferi subite dagli altri continenti (Africa e Oceania) a causa di mutamenti
climatici e della caccia; inoltre disponeva di una flora e di una fauna più ricche delle altre
regioni del mondo.
...,. Soprattutto l'area del Medio Oriente detta «Mezzaluna fertile», una zona estesa tra i fiumi
Tigri ed Eufrate fino alla valle del Giordano, iniziò la produzione agricola con molto anticipo
sul resto del mondo. La sua fortuna fu quella di disporre: della maggior parte delle
piante coltivabili tuttora alla base dell'alimentazione umana (farro, orzo, frumento, lenticchie,
piselli, ceci); dei principali animali domesticabili (cane, pecora, capra, maiale,
bue), utilizzati anche per i lavori agricoli; di un clima mite, anche se arido. Grazie a questo
vantaggio ecologico le comunità della «Mezzaluna fertile» conobbero un enorme aumento
della popolazione e uno sviluppo tecnologico notevolissimo: qui comparvero per la prima
volta nella storia dell'uomo le città, la scrittura, le organizzazioni statali e alcune delle grandi
civiltà le cui tecniche e conoscenze si diffusero poi nel Mediterraneo e in Europa.



I fattori climatici e geografici

..,. Il clima è un fattore naturale che ha influito moltissimo sullo sviluppo delle diverse comunità
umane. Gli ambienti più favorevoli alla coltivazione e all'insediamento coincisero
con le zone temperate e piovose dell'Eurasia, dove fin dall'antichità sorsero grandi civiltà.
Ancora oggi è proprio nelle zone temperate, cioè in Europa, Nordamerica e Giappone, che si
trovano i paesi più ricchi del mondo. Viceversa, nelle regioni a clima caldo tropicale (Africa
nera, Amazzonia) hanno stentato di più a, svilupparsi società ben organizzate: non a caso nelle
aree tropicali sono tuttora concentrati i paesi più poveri del pianeta .
..,. L'orientamento dei continenti è un altro fattore geografico importante, che ha condizionato
1a possibilità di spostamento degli uomini e degli animali e quindi lo sviluppo delle
popolazioni nelle diverse regioni del mondo. Anche in questo caso l'Eurasia è stata avvantaggiata
dal fatto di essere orientata prevalente.mente da est a ovest per migliaia di lan, senza
barriere ecologiche o montuose insuperabili. Ciò nell'antichità ha facilitato molto le migrazioni,
i contatti tra popolazioni, la diffusione dell'agricoltura e delle innovazioni tecnologiche
e quindi lo sviluppo di numerose e progredite civiltà. La propagazione di piante e animali
domesticabili fu favorita anche dal fatto che, lungo l'asse dei paralleli, essi potevano incontrare
regioni dal clima simile.
Le Americhe e l'Africa, invece, sono orientate lungo l'asse nord-sud e presentano (specialmente
l'Africa) barriere geografiche (rilievi elevati) ed ecologiche (deserti, foreste pluviali)
difficili da superare. L'orientamento nord-sud, in cui si susseguono climi e ambienti radicalmente
diversi, ostacolò notevolmente la diffusione di piante e animali domesticabili e quindi
lo sviluppo dell'agricoltura .
..,. Infine, altri fattori che hanno influito sullo sviluppo sono l'estensione del territorio e il
numero dei suoi abitanti. Quanto più un continente è vasto e popoloso tanto più è in grado
di ospitare un buon numero di società in competizione fra loro, che riescono a produrre
nuove tecnologie e nuovi saperi. Già nel Neolitico l'Eurasia contava il maggior numero di
abitanti del pianeta, mentre gli altri cont~nenti erano nettamente meno popolati.

I fattori umani

~ Perché furono proprio gli europei, tra i popoli dell'Eurasia, a diventare i più progrediti
dal punto di vista tecnologico e a dominare il mondo moderno? In effetti, tra 1'8500 a.e. e il
1450 d.C. le principali innovazioni erano apparse soprattutto nella «Mezzaluna fertile)) (agricoltura,
scrittura, metallurgia, ruota, organizzazione statale) e in Cina (bussola, carta, ghisa,
polvere da sparo, stampa). Ma, pur tenendo conto di ciò, oltre a quelli geografici e climatici,
anche i fattori umani, cioè le forme dell'organizzazione sociale ed economica, la cultura e le
scelte politiche svolgono un ruolo fondamentale nel progresso dell'umanità.
~ La «Mezzaluna fertile», insieme alla valle del Nilo, restò dal IV millennio a.e. al IV secolo
a.e. il centro mondiale del potere politico grazie alle grandi civiltà (babilonesi, ittiti, persiani,
egizi) che vi sorsero e che si basavano sullo sfruttamento delle eccezionali risorse naturali
disponibili.
Eppure, fu proprio l'incapacità di conservare un ambiente così ricco a causarne il declino.
Le vaste foreste che ricoprivano queste aree nel Neolitico, infatti, furono abbattute in modo
incontrollato per far posto alle coltivazioni e per ricavarne legname. A causa anche delle
scarse precipitazioni, la ricrescita della vegetazione non riuscì a compensare le distruzioni,
così scomparvero quasi del tutto le foreste, l'erosione si accentuò e il Medio Oriente divenne
un'area desertica, come è tuttora.
~ Fin dal Neolitico anche la Cina godeva di straordinarie risorse naturali e climatiche e di
una ricca varietà di coltivazioni, animali e tecniche. Ancora in epoca medievale esercitava una
supremazia tecnologica a livello mondiale e disponeva di potenti flotte; i cinesi avrebbero
potuto scoprire le Americhe prima di Colombo, eppure non lo fecero. Glielo impedì il sistema
dispotico che dominava il paese e ·che impose una drastica chiusura verso il mondo esterno.
Per motivi politici nel 1450 i regnanti cinesi proibirono la navigazione oltremare, smantellarono
i cantieri navali e misero al bando tutte le innovazioni tecnologiche in campo meccanico.
L'isolamento della Cina pose così fine alla sua supremazia economica e tecnologica.
~ Tutte le innovazioni elencate fin qui furono vantaggiosamente utilizzate dagli europei
all'inizio dell'età moderna. Da una parte, grazie al clima temperato e alla qualità dei terreni,
essi svilupparono le colture e le tecniche agricole provenienti dalla «Mezzaluna fertile)); dall'altra,
si appropriarono delle principali innovazioni tecnologiche cinesi, apprese dagli arabi.
Altri fattori umani positivi per l'Europa moderna furono: la divisione del continente in
tanti stati in concorrenza tra loro, la presenza di mercanti intraprendenti e aperti agli
scambi con l'esterno e la diffusione sul territorio di una fitta rete di città dinamiche e autonome.

Il vantaggio immunitario degli europei e la conquista dei Nuovi Mondi

~ Alla fine del Quattrocento i popoli europei godevano di un vantaggio tecnologico, culturale
e ambientale sconosciuto al resto del mondo. Quando Colombo giunse nelle Antille, nelle
Americhe prosperavano già civiltà importanti come quelle dei Maya, degli Aztechi e degli
Inca. Si trattava di civiltà complesse, ma tecnologicamente più arretrate di quelle europee a
causa dell'isolamento millenario e della minore disponibilità iniziale di specie animali e vegetali
domesticabili. In meno di quarant'anni non solo tutti gli imperi americani crollarono
di fronte all'aggressione di poche migliaia di europei, ma decine di milioni di indigeni morirono
nel più grave genocidio della storia.
~ Ciò fu reso possibile dalle armi da fuoco e dal cavallo impiegati dagli europei nel corso
della conquista, ma a questo si aggiunse anche il vantaggio immunitario. Da secoli, infatti,
gli europei avevano familiarità con molte malattie infettive originate-dalla convivenza con
gli animali domestici: morbillo, vaiolo, influenza, tubercolosi. Poiché invece nelle Americhe
esistevano pochi animali domestici, molte malattie erano sconosciute alle popolazioni locali
che, avendo sviluppato un patrimonio immunitario più debole, furono sterminate dai germi
importati dagli europei.
~ Per sopperire alla mancanza di manodopera causata dallo sterminio delle popolazioni indigene,
gli europei attuarono la tratta degli schiavi dall'Africa al Nuovo Continente (circa
40 milioni in 300 anni). In seguito, milioni di immigrati europei affluirono nelle Americhe,
soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento, e i loro discendenti rappresentano oggi la
maggioranza degli abitanti.
~ Nel Settecento la conquista europea interessò con le stesse modalità l'Australia e la Nuova
Zelanda, le cui popolaz'ioni aborigene di cacciatori e raccoglitori furono spazzate via da
massacri ed epidemie. Anche qui esse furono rimpiazzate da immigrati europei (britannici).
Il vantaggio ecologico iniziale delle terre eurasiatiche ebbe quindi, anche a distanza di secoli,
un ruolo centrale nell'affermazione delle popolazioni europee e nel declino delle civiltà
di altri continenti.

Il colonialismo e lo sfruttamento delle regioni extraeuropee

• In epoca moderna gli europei riuscirono a sottomettere i 2/3 delle terre del pianeta. La colonizzazione
dell'Asia e dell'Africa fu più difficile di quella di America e Australia. In primo
luogo, le popolazioni locali, avendo un patrimonio immunitario simile a quello degli europei,
non furono sterminate dalle malattie. Si verificò piuttosto il contrario: i conquistatori
furono colpiti da malattie tipiche delle regioni tropicali (malaria, colera, febbre gialla, malattia
del sonno) a loro sconosciute e che ne frenarono la penetrazione, scoraggiando l'immigrazione
di massa degli europei. Inoltre nel continente asiatico esistevano popolazioni ben
organizzate e interi territori, come la Cina interna, non furono mai conquistati. Ciononostante
estese regioni come l'India, l'Indocina e l'Indonesia furono assoggettate e ridotte a colonie
europee.
• L'Africa fu l'ultimo continente a essere completamente esplorato e colonizzato. Le difficoltà
del clima e degli ambienti naturali, unite alla presenza di malattie tropicali, rallentarono
molto l'insediamento di colonie «bianche». La civiltà europea si affermò definitivamente
solo quando le nuove acquisizioni in campo scientifico-sanitario permisero di far fronte
alle malattie locali. Nello stesso tempo, alla fine dell'Ottocento, la scoperta delle immense
ricchezze minerarie indispensabili allo sviluppo delle industrie accelerò la conquista militare
dell'Africa da parte delle potenze europee.
• In generale, il colonialismo europeo per secoli impose un sistema economico planetario
basato sullo sfruttamento sistematico delle risorse (metalli preziosi, legname) dei territori
assoggettati. I sistemi agricoli locali furono eliminati per far posto a piantagioni di prodotti
destinati all'esportazione in Europa (banane, caffè, tè, cacao, cotone). Le produzioni artigianali
vennero ostacolate per favorire la diffusione di quelle industriali europee. Enormi risorse
minerarie furono esportate a poco prezzo per alimentare le industrie. Le lingue, le culture
e le religioni delle popolazioni locali, ritenute inferiori sulla base di un pregiudizio razzista,
furono emarginate e sostituite da quelle dei conquistatori. Tutto ciò compresse per secoli le
possibilità di sviluppo dei territori extraeuropei. Per di più le imponenti ricchezze accumulate
tramite lo sfruttamento coloniale permisero all'Europa e ai suoi eredi (Nordamerica) di
aumentare il vantaggio tecnologico e di disporre di enormi capitali per lo sviluppo industriale.

Il neocolonialismo e le nuove aree di sviluppo 

~ Verso la metà del Novecento tutte le ex-èolonie asiatiche e africane hanno conquistato
l'indipendenza, spesso dopo sanguinose lotte di liberazione, e sono scomparsi gli imperi coloniali
europei. Le colonie americane avevano già raggiunto l'indipendenza nei secoli prece-.
denti, quando immigrati di origine europea si erano ribellati alla madrepatria.
~ Al dominio diretto del colonialismo oggi si è però sostituito il neocolonialismo, lo sfruttamento
economico dei paesi poveri da parte delle principali potenze mondiali (USA, Europa
occidentale, Giappone). Le deboli economie di questi paesi dipendono infatti dalle decisioni
degli stati più ricchi: sono loro a stabilire i prezzi dei prodotti agricoli, delle materie prime
che, esportate, costituiscono la principale fonte di reddito di molte regioni povere. Le grandi
potenze decidono inoltre la concessione o meno di prestiti ai paesi in difficoltà e detengono
il controllo delle tecnologie più avanzate e redditizie: telecomunicazioni, informatica, farmaceutica,
biotecnologie. Va detto, poi, che ancora oggi molte guerre in Africa e Asia vedono
il coinvolgimento diretto o indiretto di importanti paesi o multinazionali occidentali.
~ Del resto, proprio l'arretratezza economica dei paesi meno sviluppati insieme alla loro
crescita demografica ha dato vita a un gigantesco flusso migratorio dal Sud del mondo verso
il Nord sviluppato (""7 lezione 4, unità 6). Questo fenomeno ha aperto una nuova fase della
storia dell'umanità, ponendo fine al grandioso processo storico di espansione dell'Europa e
degli europei negli altri continenti, durato ben cinque secoli. Oggi milioni di africani, asiatici
e sudamericani si spostano verso l'Europa e il Nordamerica.
~ Tuttavia, nonostante molte difficoltà, importanti paesi e regioni del Sud del mondo stanno
compiendo passi decisivi verso lo sviluppo economico. In Cina, India, Brasile, Messico,
nel Sud-Est asiatico sembra affermarsi quella civiltà industriale che fino al secolo scorso era
rimasta entro i confini dell'Europa, del Nordamerica e del Giappone. Paesi che fino a qualche
decennio fa erano poverissimi ( come la Cina) oggi si stanno arricchendo, tanto che sono
spesso considerati dei temibili concorrenti da molti industriali e lavoratori europei.

Il sistema economico mondiale

Il sistema economico mondiale

La globalizzazione dell'economia

•  Negli ultimi decenni il mondo si è sempre più trasformato in un gigantesco mercato senza
frontiere, all'interno di un sistema economico basato sulla libera concorrenza. Ciò ha
comportato una globalizzazione dei sistemi produttivi, con una crescita vertiginosa degli
scambi di merci, della diffusione di tecnologie, dei movimenti di denaro. Essa è stata favorita
dalla riduzione dei dazi doganali sul commercio internazionale e dall'enorme diminuzione
dei"tempi e dei costi di trasporto delle merci. Decisiva è stata inoltre l'introduzione di reti
e mezzi di comunicazione (Internet, cellulari, TV satellitare) che hanno velocizzato e reso
più economica la circolazione di informazioni, immagini, denaro, prodotti.
•  Nell'economia mondiale hanno conquistato un potere senza precedenti le grandi imprese
multinazionali (""7 lezione 4), aziende di enormi dimensioni, presenti in più settori produttivi,
con sedi e filiali in numerosi paesi. Un ruolo centrale nella globalizzazione è svolto
poi da istituzioni internazionali come il WTO (World Trade Organization, Organizzazione
Mondiale del Commercio), che opera per la riduzione dei dazi doganali, l'FMI (Fondo Monetario
Internazionale) e la Banca Mondiale, che concedono prestiti agli stati più poveri. Queste
istituzioni, pur raccogliendo la maggior parte dei paesi del mondo, sono in pratica dominate
dal gruppo ristretto delle maggiori potenze mondiali, il cosiddetto G8, in grado di influenzare
sempre più le economie nazionali .
•  In campo economico la globalizzazione ha avuto effetti positivi e negativi. Da un lato,
infatti, ha permesso un forte aumento degli scambi internazionali e la diffusione delle telecomunicazioni
tra milioni di persone prima escluse da ogni forma di informazione e comunicazione.
Ha inoltre favorito la crescita dei paesi sviluppati e l'industrializzazione di
una ventina di paesi del Sud del mondo (Cina, India, Corea del Sud, Sud-Est asiatico), fino a
poco tempo fa molto arretrati. Dall'altro, però, il miglioramento delle condizioni di vita di
molti abitanti è awenuto attraverso lo sfruttamento di manodoperél a basso costo e con pochi
diritti: in molti paesi la semplice partecipazione a uno sciopero può costare la vita a un
lavoratore. Gli stati già molto poveri non sono stati coinvolti in questi processi e in essi sono
rimaste largamente diffuse la miseria e l'emarginazione. Infine, la chiusura di stabilimenti
nei paesi sviluppati e il loro trasferimento nel Sud del mondo ha provocato disoccupazione
e povertà nel Nord: per molti lavoratori europei o nordamericani, schiacciati dalla
concorrenza di quelli sottopagati del Sud, sono peggiorate le retribuzioni e le condizioni
di lavoro.


Le multinazionali

•  Le multinazionali sono imprese di grandi dimensioni che operano in diversi settori e possiedono
la sede principale in un paese del Nord del mondo oltre a numerose filiali o aziende
all'estero. Oggi si contano circa 65 000 multinazionali, con circa 850 000 filiali estere e 54
milioni di occupati. La maggior parte delle prime 100 sono europee (soprattutto francesi, tedesche
e inglesi), statunitensi e giapponesi.
•  Per dare un'idea della potenza economica di questi colossi basti pensare che da soli controllano
i 2/3 del commercio internazionale. Le multinazionali più grandi, inoltre, producono
un fatturato annuo superiore al reddito nazionale di moltissimi stati di medie dimensioni.
Negli ultimi decenni hanno trasferito gran parte delle attività produttive dai paesi
d'origine (Europa, Nordamerica, Giappone) in paesi poco sviluppati, dove i salari sono bassissimi,
le norme a tutela dell'ambiente e dei lavoratori limitate o inesistenti.
Molte non producono più nulla direttamente perché affidano, per mezzo di appalti, la
produzione a piccole imprese locali che spesso si servono anche di lavoranti a domicilio. I loro
sforzi sono concentrati nelle grandi campagne pubblicitarie in cui promuovono il proprio
marchio.
• I governi degli stati nazionali si sono indeboliti rispetto al passato e spesso non riescono a
imporre delle regole all'operato delle multinazionali. Al contrario, queste chiedono e ottengono
particolari facilitazioni per costruire o mantenere i propri impianti industriali. Negli
ultimi decenni sono nate così, nei paesi in via di sviluppo, oltre 1000 aree di produzione industriale
rivolte all'esportazione, dove lavorano circa 27 milioni di persone. Si tratta di aree
speciali in cui le multinazionali o le aziende a esse collegate non pagano tasse per 5-10 anni e
non sono tenute a rispettare le norme nazionali riguardanti i diritti dei lavoratori.
~ Negli ultimi anni diversi sindacati o associazioni di volontariato hanno organizzato campagne
di protesta contro quelle multinazionali che nel Sud del mondo hanno impiegato
manodopera infantile e non hanno rispettato i diritti fondamentali dei lavoratori.


Gli aiuti allo sviluppo

•  L'aiuto pubblico allo sviluppo dei paesi del Sud del mondo è promosso innanzitutto dai governi
del Nord del mondo e da istituzioni sovranazionali legate all'ONU: l'UNDP (l'Agenzia
per lo sviluppo), la FAO (l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura), l'UNICEF (il
Fondo per l'infanzia) e l'UNESCO (l'Organizzazione per l'educazione, la scienza e la cultura).
Questo impegno nasce soprattutto dalla consapevolezza che lo sviluppo dei paesi poveri sti- 1
molerebbe la crescita economica e la stabilità politica in tutto il pianeta, riducendo anche
le guerre, le emigrazioni e gli atti di terrorismo.
•  Nel 1975 i paesi più avanzati del mondo s'impegnarono a versare lo 0,7% del loro reddito
annuo per gli aiuti allo sviluppo. Pochissimi, però, hanno mantenuto la parola data; anzi, alcuni
(come USA e Italia) sono tuttora sotto lo 0,2% annuo e la maggioranza non arriva allo
0,4%. Se l'impegno fosse stato mantenuto, i paesi meno sviluppati avrebbero dovuto avere il
triplo di quanto ricevuto finora. Per rendersi conto di quanto siano limitati gli interventi di
aiuto, è sufficiente notare come i paesi ricchi spesso spendano di più in sussidi interni che in
investimenti per lo sviluppo. L'Unione Europea, ad esempio, ogni anno stanzia per i suoi allevatori
720 euro per ogni capo di bestiame, mentre destina 6 euro per persona alle popolazioni
dell'Africa sub-sahariana, il cui reddito medio per abitante è di 500 euro l'anno. Lo stesso fanno
il Giappone, che spende 2100 euro l'anno per capo di bestiame, o gli USA, che sborsano 8
milioni di euro al giorno per i loro produttori di cotone.
•  Non sempre gli interventi umanitari e i progetti di cooperazione avviati da governi o da organizzazioni
pubbliche sovranazionali hanno raggiunto gli obiettivi che si erano posti. Accanto
a interventi importanti per far fronte a emergenze drammatiche (guerre, catastrofi naturali
ecc.) o a progetti riusciti (vaccinazioni di massa, costruzione di ospedali, università) ci
sono stati notevoli sprechi e valutazioni sbagliate. Gli aiuti alimentari a volte non hanno raggiunto
le popolazioni bisognose e sono stati requisiti da bande armate o da funzionari governativi
corrotti. Altre volte sono stati avviati progetti faraonici di autostrade o di giganteschi
impianti industriali rimasti incompiuti perché troppo complessi da gestire o estranei alla
realtà sociale ed economica locale. In certi casi, poi, i fondi stanziati sono tornati in realtà ai
paesi più ricchi sotto forma di guadagni per impianti e infrastrutture realizzate da imprese
del Nord del mondo (imprese edili, elettroniche, strumenti e macchinari sanitari) utilizzando
propri tecnici e funzionari.

Le Organizzazioni Non Governative

•  Negli ultimi anni è cresciuta la sensibilità degli abitanti dei paesi industrializzati nei confronti
dei problemi dei paesi poveri. Milioni di persone s'impegnano in attività di volontariato,
di cooperazione allo sviluppo, di sostegno a progetti di aiuto o di adozione a distanza .
..,. In questo contesto si sono sviluppate notevolmente le grandi ONG (Organizzazione Non Governativa),
associazioni internazionali senza fini di lucro (guadagno), spesso finanziate da milioni
di sostenitori. Tra queste vi sono Caritas, Medici senza frontiere, Emergency, Greenpeace
ecc. Le ONG svolgono interventi umanitari di vario genere: dall'assistenza medica nelle zone
di guerra o colpite da carestie ed epidemie, ai progetti di sviluppo agricolo, alla costruzione di
scuole e orfanotrofi, alla difesa degli ambienti naturali, al sostegno di cooperative femminili o
di progetti contro il lavoro minorile e la prostituzione. Accanto a queste operano poi in Europa
e in America migliaia di piccole associazioni locali denominate Onlus (Organizzazione Non
Lucrativa di Utilità Sociale), che realizzano progetti di cooperazione allo sviluppo nei paesi
più poveri. I progetti delle ONG e delle associazioni di volontariato spesso hanno avuto più successo
di quelli avviati dai governi, perché realizzati in collaborazione con associazioni no prof!!
locali, in modo da coinvolgere gli abitanti nella costruzione del proprio futuro .
•  Una delle iniziative più riuscite è quella del commercio equo e solidale, che assicura ai
produttori dei paesi poveri il pagamento di un prezzo equo per i loro prodotti (zucchero, caffè,
banane ecc.), superiore a quello pagato dalle multinazionali. In questo modo si garantisce
il rispetto dei diritti dei lavoratori, l'eliminazione del lavoro minorile, la difesa dell'ambiente
e il reinvestimento di parte dei ricavi nella costruzione di scuole, strade, ospedali.
•  La finanza cosiddetta etica è in via di espansione. È realizzata da piccole banche e società
che, pur garantendo ai clienti un guadagno, investono i loro soldi per finanziare attività socialmente
utili, come la cooperazione internazionale, la tutela dell'ambiente, il sostegno ai disabili
e agli emarginati. In Bangladesh, nella regione indiana, la Grameen Bank, fondata dall'economista
Muhammad Yunus, ha varato con successo la pratica del microcredito, il prestito di
piccole somme senza la richiesta di beni di garanzia. I microcrediti permettono l'acquisto di
strumenti e materiali per il miglioramento dell'agricoltura o per l'avvio di piccÒlissime attività
di tipo artigianale. Sono soprattutto le donne ad aver utilizzato questi prestiti, restituiti nel
95% dei casi. In trent'anni la «banca dei poveri» ha aiutato milioni di persone a uscire dalla povertà
ed è ora presente in 40 000 villaggi del Bangladesh.

Gli insediamenti urbani

Gli insediamenti urbani

L'esplosione urbana

• Per tutto il Novecento si è avuta una straordinaria crescita della popolazione delle città,
definita dai geografi «esplosione urbana)). Solo negli ultimi cinquant'anni coloro che abitano
in città sono passati dai 750 milioni ai 3 miliardi attuali, pari a poco meno della metà della
popolazione mondiale. Inoltre si stima che entro il 2030 diventeranno più del 60%.
~ Ciò si deve soprattutto alla crescita delle città nei paesi in via di sviluppo, dove oggi la popolazione
urbana è il 40% del totale, ma l'espansione delle città procede ovunque da alcuni
decenni a un ritmo molto elevato. Nei paesi industrializzati, in cui gli abitanti delle città
rappresentano già il 75% del totale, questo fenomeno attualmente è in fase di rallentamento.
• L'aspetto più evidente dell'esplosione urbana è lo sviluppo di grandi metropoli e delle loro
aree metropolitane. Si tratta di vasti complessi urbani costituiti da una grande città, la
metropoli appunto, e da centri minori e sobborghi che insieme formano un unico e ampio
agglomerato dal paesaggio edilizio abbastanza uniforme. Va detto che negli ultimi decènni,
soprattutto nei paesi sviluppati, la crescita delle grandi città non è avvenuta nell'immediata
periferia e in modo compatto come in passato, ma si è estesa a luoghi anche molto distanti
dal centro urbano. Questo ha dato vita, specie lungo le maggiori vie di comunicazione, alfenomeno
della «città diffusa)), con enormi periferie meno edi-
Lo sapevi che ... ficate, abitate da pendolari che quotidianamente si recano a
lavorare presso i centri maggiori.
• L'importanza delle città, oltre che dal numero di abitanti, dipende dalle attività e soprattutto
dai servizi che offrono. Proprio in base alle funzioni che vi si svolgono le città rappresentano
il polo di attrazione per un'area di influenza più o meno vasta, da cui partono flussi
di persone, merci, informazioni e denaro. Sono tre le grandi metropoli capaci di esercitare
un'influenza globale: New York, Tokyo e Londra, i vertici della rete urbana internazionale.
Le altre metropoli che compaiono ai primi posti si trovano sempre nei paesi sviluppati.


Un fenomeno urbano contemporaneo: la megalopoli

• Negli ultimi cinquant'anni gli insediamenti urbani hanno assunto nuove forme e dimensioni.
Il fenomeno urbano più imponente è costituito dalle megalopoli (dal greco megas,
grande, e polis, città: «grande città»), estese regioni abitate da almeno 20 milioni d_i abitanti
che comprendono al loro interno più metropoli collegate da rapide vie di comunicazione. Le
città che ne fanno parte svolgono attività e funzioni diversificate, tra loro fortemente integrate.
Il paesaggio delle megalopoli include anche spazi di «città diffusa», aree verdi, zone
agricole, piccole cittadine, aree industriali, regioni turistiche. Spesso le megalopoli superano
i confini nazionali e uniscono città di paesi diversi.
• Le megalopoli si sono formate prima nei paesi industrializzati per poi svilupparsi negli
ultimi decenni anche in diversi paesi del Sud del mondo. La p.rima megalopoli, la cosiddetta
Boswash, si è formata nella fascia atlantica degli Stati Uniti, conta 50 milioni di abitanti e si
estende per 740 km, da Boston a Washington. Sempre nel Nordamerica si trovano la megalopoli
californiana di Sun City, che ospita 20 milioni di persone e comprende le città di San
Francisco, Los Angeles e San Diego, e la megalopoli dei Grandi Lag~i («Chipitts», 25 milioni
di persone) che si estende tra USA e Canada, tra le città di Chicago, Pittsburg e Toronto.
Egualmente nota è la megalopoli giapponese di Tokaido, che si sviluppa per circa 1000
km di lunghezza e comprende Tokyo, Nagoya, Kyoto e Osaka ("7 il caso a pag. 83) .. In Europa
i geografi hanno individuato tre megalopoli: quella renana (70 milioni di abitanti), lungo
l'asse del fiume Reno tra Colonia, Francoforte, Bruxelles, Amsterdam e Zurigo; quella inglese
(34 milioni di abitanti), comprendente le città di Londra, Manchester, Liverpool e Birmingham;
infine. la megalopoli padana (21 milioni di abitanti), formata dalle città di Torino,
Milano, Bologna, dall'area genovese e dalla fascia dei laghi prealpini.
• Nei paesi meno sviluppati la formazione delle megalopoli è recente ed è legata alla crescita
delle vie di comunicazione e allo sviluppo economico di varie metropoli, specializzate
in diverse funzioni e attività produttive. È il caso, in Cina, della megalopoli sudorientale del
Guandong (50 milioni di abitanti), che include Hong Kong; di quella indonesiana nella parte
occidentale dell'isola di Giava; di quella brasiliana, nel Sud del paese, formata da Rio de .
Janeiro, San Paolo, Belo Horizonte (25 milioni).

I problemi della città contemporanea

• I problemi più diffusi delle metropoli odierne sono quelli ambientali. Spesso legati a fenomeni
di inquinamento, comprendono la carenza di spazi verdi, la difficoltà di smaltire
masse crescenti di rifiuti e soprattutto di gestire movimenti di persone e flussi di traffico automobilistico
sempre più caotico. I problemi ambientali incidono poi negativamente sulla
salute degli abitanti, fra i quali sono in aumento le malattie dell'apparato respiratorio, specie
nei bambini e negli anziani.
• Nelle metropoli si aggravano sempre più anche i problemi sociali ed economici. Per molte
famiglie è difficile avere accesso ad alcuni servizi essenziali come gli asili nido, le scuole
primarie, l'assistenza ai disabili e agli anziani o poter usufruire di strutture sportive, culturali
o ricreative. Così, in molti quartieri degradati l'emarginazione e la criminalità sono assai
diffuse, ma i prezzi delle abitazioni nei quartieri residenziali migliori li rendono inaccessibili
alla maggioranza della popolazione. Specie nelle città dei paesi in via di sviluppo e in
quelle nordamericane i contrasti sociali sono molto forti: accanto agli eleganti quartieri delle
zone centrali sorgono infatti quartieri- ghetto abbandonati a se stessi e simbolo della segregazione
razziale, dove miseria, violenza, consumo di droghe dilagano (ne è un esempio il
quartiere del Bronx, a New York). Di qui la tendenza a fuggire da quello che i geografi chiamano
«inferno urbano» per trasferirsi in centri periferici .
• Questa fuga dalle metropoli è un fenomeno tipico dei paesi sviluppati e ha contribuito
alla formazione disordinata di estese aree periferiche tipiche della «città .diffusa». Già all'inizio
del Novecento, tuttavia, prima in Europa (Gran Bretagna, Svezia, Francia) e poi in USA, sono
state costruite dal nulla, all'esterno delle aree metropolitane, città nuove allo scopo di arginare
la crescita delle metropoli. Si tratta di centri di piccoli dimensioni, dotati di spazi verdi
e ben attrezzati, situati a qualche decina di km dai centri maggiori. Negli ultimi decenni
le città nuove hanno fatto la loro comparsa anche in Asia (Giappone, Corea del Sud, Malaysia,
India e Cina) .
• Numerose altre, dette «città di fondazione», sono state poi progettate da celebri architetti
allo scopo di sperimentare centri urbani più funzionali e più vivibili. Non sempre, tuttavia,
esse sono riuscite a risolvere i problemi della città contemporanea. Un caso particolare è quello
delle nuove capitali, le realizzazioni più spettacolari dell'architettura urbana contemporanea.
Gli esempi più noti, per lo più situati nei continenti extra-europei, sono: Brasilia in Brasile,
Nuova Delhi in India, Islamabad in Pakistan, Canberra in Australia e Abuja in Nigeria.

Le metropoli dei paesi più sviluppati

• Negli ultimi decenni le città dei paesi più sviluppati sono profondamente cambiate, anche
se in modo graduale. Dai centri urbani dominati da attività industriali si è passati alle città
terziarie, sempre più basate sui servizi. Gli impianti industriali dei quartieri semicentrali sono
stati via via trasferiti nelle aree periferiche, lungo le grandi arterie stradali o addirittura in
regioni lontane o all'estero. Al loro posto sono sorti quartieri residenziali, uffici, centri commerciali,
spazi espositivi, università, centri di ricerca. A causa del forte aumento dei costi delle
case molti abitanti si sono trasferiti in zone residenziali periferiche, a volte distanti decine
di chilometri dal centro cittadino. Il suolo edificato, così, si espande continuamente, con il risultato
che ormai non c'è più un netto confine tra città e campagna.
• Ci sono tuttavia notevoli differenze nei modelli di città dei vari continenti. In Europa, le
città sono di antica fondazione e si sono sviluppate intorno a un centro storico antico, in genere
di origine medievale, ora trasformato in quartiere terziario con negozi di lusso, banche,
uffici, alberghi, teatri e quasi privo di residenze. Accanto a questo è stato costruito il moderno
centro degli affari con grattacieli e palazzi per uffici, attorniato dalle eleganti aree residenziali
abitate dai ceti medio-alti e dalle ex-zone industriali ora riconvertite in spazi abitativi
o commerciali. Nella parte più esterna dominano le estese periferie popolari, spesso degradate
e attraversate da superstrade e linee ferroviarie.
• Nel Nordamerica, invece, le grandi metropoli sono di recente fondazione, non hanno un
quartiere storico antico e spesso presentano una pianta regolare a scacchiera con strade am
pie e lunghe. Il centro propulsore è costituito dal CBD (Central Business District), il centro
degli affari con i suoi altissimi grattacieli (New York, Chicago, Dallas, Los Angeles); intorno vi
sorgono aree residenziali di livello medio-alto. Non mancano però, nelle zone centrali e se
micentrali, quartieri un tempo rinomati e poi degradati e ridotti a ghetti abitati da mino
ranze etniche o dagli strati sociali più poveri. Nelle periferie si trovano poi gli impianti indu
striali e i grandi centri commerciali, mentre nelle fasce più esterne vi sono vaste zone resi
denziali con ampi parchi e villette unifamiliari abitate dalle classi medie.



Le metropoli dei paesi in via di sviluppo

• Nei paesi in via di sviluppo si trova oggi il maggior numero delle metropoli più popolose
del mondo. A differenza, però, dei paesi più industrializzati, qui la crescita delle città non è
stata accompagnata da un adeguato sviluppo socioeconomico. Inoltre, in questi paesi molto
spesso non esistono vere e proprie reti urbane, con città di diverse dimensioni disseminate
sul territorio; esiste una sola grande città, la capitale, che concentra tutte le funzioni
principali ed è circondata da una vasta regione rurale.
• I fattori che hanno determinato lo spaventoso aumento delle metropoli sono molteplici .
Il primo è la concentrazione nei grandi centri urbani della quasi totalità degli investimenti
statali ed esteri per la costruzione di industrie, centri commerciali, vie di comunicazione
(strade, aeroporti) e servizi pubblici (uffici governativi, ospedali, scuole). Sono sorti così moderni
quartieri degli affari con grattacieli e strade eleganti ed è aumentato il benessere degli
strati sociali medi e alti della popolazione (dirigenti governativi, imprenditori, impiegati statali,
tecnici, professionisti) i quali vivono in quartieri residenziali simili a quelli di una città
europea. Contemporaneamente, questa concentrazione di attività economiche nelle città ha
causato la crisi delle campagne, in cui vive la maggioranza della popolazione, esclusa da
ogni aiuto economico e da ogni possibilità di miglioramento sociale. Si è così assistito a un
gigantesco esodo dalla campagna di milioni di contadini che, abbandonati i loro villaggi, si
sono riversati nelle città nella speranza di migliorare le proprie condizioni di vita.
• Le metropoli dei paesi poveri sono cresciute rapidamente senza la possibilità di adeguare
le attività economiche, le strutture abitative, le scuole all'aumento della popolazione. La
maggior parte degli abitanti (dal 50 al 70% secondo i casi) si trova in condizioni di estremo
disagio, non ha un'occupazione stabile, soprawive con lavori precari o illegali (lavavetri, facchino,
lustrascarpe ecc.). Nelle periferie delle maggiori metropoli dell'America Latina, dell'Asia
e dell'Africa sono sorte abusivamente immense baraccopoli, quartieri di baracche costruite
con mezzi di fortuna, prive di acqua, luce elettrica, fognature, in cui vive circa 1 miliardo
di poveri.


Le baraccopoli

Le baraccopoli sono una realtà comune a tutte le metropoli
dei paesi meno sviluppati. Esse assumono nomi differenti
nelle diverse regioni del mondo. Sono dette bidonville
quelle delle città africane un tempo colonizzate dai francesi,
shanty town o bustee nelle ex-colonie inglesi, ranchos, barrios,
favelas, poblaciones, barritos in America Latina. Le
stesse condizioni di miseria e di emarginazione si ritrovano
anche in altri insediamenti, come le case-barche di Bangkok
e di Hong Kong o le cappelle funerarie della Città dei
Morti, il principale cimitero del Cairo, dove vivono decine di
migliaia di persone.
Il paesc:iggio delle baraccopoli è quasi identico in tutte le
città del mondo. Le baracche sono costruite con canne, fan go,
rriateriàli ricavati dalle discariche: tavole di legno, lamiere,
teli, fogli di zinco, barili vuoti. Specie in America Lat ina,
quando gli occupanti riescono a migliorare il proprio reddito,
le baracche sono sostituite da semplici costruzioni in
. muratura, con la possibilità di collocarvi mobili ed elettrodomestici.
L'.acqua pot~bile, tuttavia, è un bene raro e gli abitanti
delle baraccopoli sono obbligati a comprare l'acqua
«pulita» da privati a prezzi esorbitanti oppure a raccogliere
l'acqua piovana. Quasi tutte le abitazioni sono prive di servizi
igienici adeguati e molto spesso le persone utilizzano del
lefosse come latrine comuni.
Le acque sporche, insieme
agli escrementi e ai rifiuti, confluiscono in alcuni canali fognari
scavati a cielo aperto ai bordi delle strade in terra battuta.
Insufficienti o del tutto assenti sono i servizi collettivi
[scuole, assistenza sanitaria]. il più delle volte gestiti da associazioni
di volontariato internazionale. Per questo la mortalità
infantile è spesso elevata, così come la diffusione di
malattie infettive, compreso l'AIDS, assai diffuso nelle baraccopoli
africane.
Tutti questi insediamenti, in genere, sono stati costruiti
abusivamente su terreni pubblici o privati; ciononostante gli
occupanti sono spesso costretti con la forza o con l'inganno
a pagare un affitto a bande di profittatori. Nel 2004 il governo
del Kenya aveva deciso la demolizione di una serie di
shanty town abusive alla periferia di Nairobi per fare posto a
una tangenziale. Sarebbero state demolite oltre 50 ooo co struzioni
e 350 000 individui sarebbero rimasti senza una se
pur misera abitazione. Un appello internazionale delle associazioni
non governative che da anni operano nelle baraccopoli
keniane ha però fermato il governo di Nairobi, che si è
impegnato a trovare una soluzione per gli abitanti.


I diversi modelli urbani dei paesi in via di sviluppo

• Le metropoli dei paesi in via di sviluppo presentano alcune caratteristiche comuni, ma è possibile
individuare nei diversi continenti alcuni modelli specifici legati alla storia e alla cultura locali.
In America Latina, per esempio, le grandi città (da Rio de Janeiro a Lima o Buenos Aires) si sono
spesso sviluppate intorno a un nucleo storico con pianta a scacchiera, edificato dai colonizzatori
spagnoli o portoghesi nel Cinque-Seicento. Accanto a questo è poi sorto nel corso del Novecento il
moderno quartiere degli affari, con grattacieli e palazzi moderni, e nelle sue immediate adiacenze
le aree residenziali occupate dalle classi medie e agiate. A queste zone centrali qualificate si contrappone
l'immensa periferia dei quartieri popolari degradati e delle baraccopoli.

• Anche nell'Africa sub-sahariana le città principali (Dakar, Abidjan, Lagos, Nairobi) hanno
un'origine coloniale: sono state costruite dai «bianchi» sul mare, nei pressi di un fiume o
in luoghi strategici per facilitare i traffici commerciali con l'Europa. Un tempo la città coloniale
dei bianchi era divisa da quella della popolazione nera locale. Oggi il vecchio centro coloniale
europeo è occupato dalla borghesia nera; accanto vi è sorto il moderno quartiere degli affari
con edifici grandiosi, ministeri, uffici. Al di là si trovano alcuni quartieri (i «villaggi urbani
») che hanno conservato caratteristiche trad1zionali, mentre più all'esterno si estendono
grandi baraccopoli, dove vive la massa dei poveri.

• Le città arabe, presenti nel Medio Oriente e nel Nordafrica, hanno invece origine medievale.
Si sono sviluppate accanto alla medina, città fortificata sorta -intorno alla moschea e caratterizzata
da vie tortuose e strette, abitazioni, botteghe e suk (mercati tradizionali). In epoca
coloniale sono nati i nuovi quartieri coloniali di architettura europea, ora occupati dai ceti
benestanti locali. In altri casi, invece (Il Cairo, Algeri), le vecchie città medievali sono state
sostituite da edifici e strade moderne. Negli ultimi decenni aree residenziali di stile occidentale
e quartieri degli affari sono stati edificati un po' ovunque. Nelle periferie invece si sono
diffusi grandi quartieri popolari e, anche qui, gigantesche baraccopoli.

• Le grandi città asiatiche dell'Oriente hanno un'origine antica. Il centro urbano, spesso di
epoca medievale, sorgeva intorno al palazzo del sovrano o al tempio principale. Con l'arrivo
degli europei sono sorti quartieri moderni destinati a uffici e residenze: è il caso, ad esempio,
di Delhi e Shanghai. Gli insediamenti antichi sono rimasti separati dalla città moderna, intorno
alla quale sono state costruite abitazioni di fortuna.

Geografia delle Culture

Geografia delle Culture

I grandi spazi di civiltà

• Gli uomini non possono essere classificati in base a caratteristiche fisiche( ~ unità 6 lezione 1), però possono essere distinti sulla base di caratteristiche culturali. Gli individui e i diversi gruppi umani, infatti, presentano tradizioni, lingue, fedi religiose, modi di organizzare la famiglia e la società, tipologie di abbigliamento e di alimentazione che li rendono inconfondibili. Sono definiti etnie i gruppi di uomini legati da una cultura e da una storia comune. 

 • Oggi, con la globalizzazione, le grandi migrazioni internazionali e la diffusione della civiltà industriale in tutto il pianeta è però sempre più difficile tracciare dei confini netti tra le diverse etnie. Le persone si spostano continuamente, hanno accesso ai mass-media e sempre più entrano in contatto con culture diverse, appropriandosi così di usi, modi di pensare e di vivere tipici di altri luoghi. • Nonostante tutto ciò è ancora possibile nel mondo attuale riconoscere grandi spazi di civiltà, vaste regioni culturali delimitate geograficamente, in cui nel corso della storia sono state elaborate culture, religioni, usanze, modi di organizzare il territorio e la società ben identificabili. Si tratta di spazi abitati da milioni di uomini, legati tra loro da elementi culturali comuni: lingua, religione, organizzazione sociale ecc. 


L'uniformazione della cultura giovanile

• Il processo di globalizzazione culturale è in fase avanzata nel mondo degli adolescenti, che sono più influenzabili degli adulti e più disposti ad accogliere i messaggi dei mass media internazionali, conoscono l'inglese e sono meno legati alle proprie tradizioni culturali. Negli ultimi decenni le grandi case discografiche della musica pop, le TV musicali, i maghi della pubblicità, i colossi dell'informatica e dei giochi elettronici hanno abilmente costruito una cultura giovanile globale, fatta di brani musicali, film, personaggi dello spettacolo, videoclip, mode (abiti, tatuaggi, orecchini ecc.), programmi informatici o videogiochi pressoché identici in tutto il globo. ~ Si tratta di una cultura scintillante, a prima vista alternativa e trasgressiva nei confronti del mondo adulto. 

• L'intero sistema di comunicazione (trasmissioni TV, videoclip, concerti, film, DVD) della cultura giovanile globale è sostenuto dagli ingenti investimenti pubblicitari di grandi multinazionali dell'abbigliamento, dell'alimentazione e dell'elettronica (Nike, Coca Cola, Heineken, Sony, Benetton ecc.) che hanno trasformato i prodotti pubblicizzati (scarpe da jogging, bevande, cellulari, lettori musicali mp3, jeans e T-shirt) in oggetti di culto, sognati e acquistati in tutto il mondo dai giovani che possono permetterselo. 

• La globalizzazione culturale giovanile, infatti, interessa i giovani dei cinque continenti appartenenti alle classi a medio reddito, che frequentano le scuole superiori e conoscono anche in modo approssimativo l'inglese, la lingua privilegiata dalla cultura giovanile mondiale. Da un sondaggio di una società di New York che ha intervistato 25 000 adolescenti delle classi medie di tutti e cinque i continenti emerge che sono più simili che diversi tra loro, sono modellati dai film occidentali, dalla musica pop, dalla pubblicità, da un'istruzione elevata, condividono gli stessi gusti, sentimenti e valori: il successo economico, l'inquietudine per il futuro, l'attaccamento alla famiglia, il desiderio di amore, l'ostilità alle guerre e agli atti di terrorismo. 

giovedì 16 novembre 2017

La popolazione mondiale e le migrazioni

La popolazione mondiale

Quanti eravamo, quanti siamo, quanti saremo

- Nell'ottobre del 1999 la popolazione del pianeta ha ufficialmente raggiunto i sei miliardi
di esseri umani. Oggi la cifra è diventata di circa 6,4 miliardi di individui, un dato straordinario
se si pensa che all'inizio del Novecento la Terra contava solo 1,5 miliardi di abitanti e
nel 1950 2,5 miliardi. Ciò è ancor più stupefacente se si pensa all'estrema lentezza e alla discontinuità
della crescita della popolazione nel corso della storia dell'uomo. Per tre milioni
di anni, infatti, dalla comparsa dei primi uomini fino a tutto il paleolitico, la popolazione
mondiale non andò oltre i 5 milioni di individui.



- Solo dopo la rivoluzione neolitica, che introdusse l'agricoltura e l'allevamento, e quindi
maggiori quantità di cibo, la popolazione aumentò rapidamente e arrivò a circa 250 milioni
di individui all'inizio dell'era cristiana. In seguito, per molti secoli la popolazione mondiale
manifestò una crescita a intermittenza in cui le fasi d'espansione, dovute al miglioramento
delle condizioni di vita, si alternarono a momenti di grave crisi causati da guerre, carestie,
epidemie. Ad esempio, intorno all'anno Mille la popolazione era in numero quasi identico a
quella dell'anno zero. Successivamente, per effetto dell'introduzione di nuove tecniche agricole
che permisero di incrementare i raccolti, essa aumentò. Nel Trecento gli abitanti della
Terra giunsero a 430 milioni, ma poi vi furono altre battute d'arresto a causa di guerre e, soprattutto
in Europa e in Asia, di epidemie di peste e vaiolo. In America, invece, la popolazione
fu decimata nel corso del Cinquecento dall'arrivo dei colonizzatori europei.

- La popolazione mondiale ricominciò lentamente ad aumentare solo dopo il.Seicento,
quando raggiunse i 500 milioni di persone. La svolta, tuttavia, si ebbe in Europa intorno alla
metà del Settecento, grazie alla rivoluzione industriale, all'introduzione di nuove tecniche
agricole e soprattutto alle scoperte mediche di vaccini e farmaci. Nei paesi dell'Europa occidentale
e del Nordamerica iniziò a calare il tasso di mortalità, mentre quello di natalità rimase
elevato: così, in poco tempo, nell'anno 1800 la popolazione si avvicinò al miliardo.

- Dopo la prima metà del Novecento, grazie alla diffusione delle tecnologie e delle conoscenze
mediche di base, la crescita ha interessato tutti i continenti della Terra; nell'ultimo
trentennio si è avuta una vera e propria esplosione demografica concentrata nei paesi meno
sviluppati. In questi ultimi anni, però, il tasso di crescita della popolazione mondiale ha
registrato un leggero rallentamento. Questo perché il tasso di natalità, da decenni assai basso
nei paesi più ricchi, comincia a diminuire anche nei paesi meno sviluppati.

Spazi vuoti e spazi sovraffollati

- La popolazione è distribuita in modo molto irregolare sulla Terra: 1'80% degli abitanti
concentrato sul 20% delle terre emerse. Vi sono spazi fittamente abitati e spazi disabitati:
popolazione si addensa nelle pianure e lungo le coste, soprattutto degli ambienti tempera
e tropicali umidi dell'emisfero settentrionale. Quasi disabitate sono invece le aree deser
che, le grandi foreste pluviali, le zone polari e la tundra .

- Le regioni mondiali più popolate sono l'Asia meridionale e l'Asia orientale, dove vivon
circa 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale. Altre regioni dens
mente abitate sono l'Europa, l'America nord-orientale e alcune aree costiere del Sudameri
e dell'Africa. Sono invece quasi spopolate la Russia asiatica (Siberia), l'Oceania, l'Africa sah
riana, gli spazi interni del Sudamerica, la fascia settentrionale del Nordamerica e natur
mente l'Antartide. La gran parte della popolazione mondiale abita in paesi poco sviluppati
ciò sarà ancora più vero in futuro, dato il maggior tasso di crescita della popolazione di qu
ste aree rispetto a quelle più sviluppate.

- La maggior concentrazione di abitanti in alcune aree dipende da caratteristiche natura
favorevoli come il clima mite, la presenza di terre fertili o la vicinanza del mare che ha pe
messo di sviluppare il commercio e la pesca. Il 75% della popolazione mondiale, infatti, vi
a meno di 500 km dal mare. Anche le zone vicine ai grandi fiumi (come il Nilo in Egitto o
Fiume Azzurro in Cina) o le sponde dei maggiori laghi (come in America settentrionale) son
molto popolate. Una caratteristica naturale negativa è invece l'altitudine: il 60 % della pop
lazione del pianeta vive infatti entro i 200 mdi altitudine sul livello del mare, mentre le z
ne di alta quota sono spopolate a causa dell'ambiente inospitale.

- Anche fattori di tipo storico, sociale ed economico influiscono sulla distribuzione dell
popolazione. La tratta degli schiavi neri ha causato lo spopolamento di vaste zone dell'Afric
centro-occidentale, mentre le grandi migrazioni dall'Europa verso le Americhe hanno a
mentato la densità di abitanti delle coste orientali del Nordamerica. La presenza di opport
nità lavorative, soprattutto nell'industria e nei servizi, favorisce la concentrazione degli ab
tanti. Per questo motivo le città attraggono la popolazione

Lo sapevi che ...

I paesi più densamente abitati sono
il Bangladesh [904 abitanti per
km2l, la Corea del Sud [481 l e i
Paesi Bassi [391 l. Quelli meno popolati
sono la Mongolia, la Namibia
e la Mauritania [tutti con meno
di 3 abitanti per km2l.
Il 90% della popolazione mondiale
vive nell'emisfero settentrionale,
tra il 20° e il 60° di latitudine
nord.


I movimenti migratori

~ Le migrazioni internazionali oggi riguardano circa 150 milioni di persone (il 2,5% della
popolazione mondiale), che si sono stabilite in un paese diverso da quello d'origine. Le migrazioni
sono sempre awenute nella storia dell'umanità e sono causate principalmente da
squilibri economici e demografici. Le persone lasciano il proprio paese quando c'è una forte
crescita della popolazione non accompagnata da un adeguato sviluppo economico: anche
oggi, come negli ultimi due secoli, il desiderio di sfuggire alla miseria è la molla principale
che spinge all'emigrazione.

~ Negli ultimi decenni sono cambiati i luoghi d'origine e di arrivo dei più importanti flussi
migratori. Tra l'Ottocento e il primo Novecento decine di milioni di europei lasciarono i
propri paesi per cercare fortuna nelle Americhe e in Australia, ancora poco popolate. Oggi
invece gli emigranti partono dai paesi poveri del Sud del mondo in crescita demografica e si
dirigono verso le nazioni del Nord del mondo, in particolare America settentrionale ed Europa
occidentale. Esistono anche migrazioni da un paese all'altro del Sud del mondo: per
esempio, nei paesi petroliferi dell'Asia occidentale (Arabia Saudita e Kuwait) arrivano immigrati
dagli stati a minore sviluppo economico. Le migrazioni coinvolgono perciò quasi tutti
i paesi del pianeta e interessano non soltanto lavoratori maschi poco specializzati, come accadeva
in passato, ma anche donne povere e giovani qualificati. Si verificano inoltre migrazioni
tra stati ricchi: il fenomeno interessa tecnici e scienziati che si spostano in particolare
dall'Europa agli USA.



~ Le migrazioni hanno notevoli conseguenze sulle popolazioni e sulle economie dei paesi
interessati sia dalle partenze sia dagli arrivi dei migranti. In quelli economicamente sviluppati,
per esempio; l'arrivo degli immigrati ha compensato il calo della popolazione (causato
dalla diminuzione delle nascite) determinando un lieve incremento degli abitanti. I lavoratori
immigrati colmano anche il vuoto dovuto alla diminuzione di giovani in età lavorativa e
contribuiscono a mantenere in equilibrio i sistemi pensionistici. Nei paesi poveri l'emigrazione
da un lato priva la popolazione dei suoi abitanti più giovani e istruiti, dall'altro consente
ogni anno l'afflusso di decine di miliardi di dollari grazie alle rimesse, somme di denaro
che gli emigranti inviano nel loro paese d'origine.


Pochi, anziani e ricchi; molti, giovani e poveri

- La popolazione mondiale non aumenta in modo uniforme in tutto il mondo. Nei paesi
più ricchi, che hanno avuto la massima espansione verso la metà dei Novecento, la popolazione
è ora in fase di crescita zero. In alcuni casi il numero delle nascite è addirittura inferiore
a quello delle morti e la popolazione diminuisce. Un'eccezione è costituita dagli Stati
Uniti, dove c'è un discreto aumento demografico: la natalità si mantiene abbastanza elevata
anche grazie alla presenza dei molti immigrati.

- La crescita zero dei paesi sviluppati si deve a complesse trasformazioni sociali ed economiche.
Con il passaggio da società contadine a società urbano-industriali sono infatti cambiati
profondamente la mentalità, i ritmi di vita, il tipo di famiglia, il ruolo degli uomini e delle
donne. Queste hanno raggiunto un livello d'istruzione migliore rispetto al passato e sono
sempre più inserite nel mondo nel lavoro, anche per contribuire all'economia familiare. Oggi
le coppie tendono ad avere 1 o 2 figli al massimo, in modo da poter assicurare loro un'educazione
migliore e un buon tenore di vita. Il calo delle nascite, insieme all'allungamento della
durata media della vita, ha determinato un invecchiamento della popolazione, cioè un aumento
degli anziani sul totale degli abitanti. Nei paesi sviluppati le persone sopra i 60 anni sono
1/5 della popolazione e superano i giovani con meno di 15 anni. In alcuni stati europei (come
Francia e Danimarca) i governi hanno introdotto politiche demografiche nataliste, volte
cioè a incoraggiare le nascite tramite contributi in denaro alle famiglie con più figli.

- I paesi meno sviluppati hanno registrato negli ultimi decenni un enorme incremento
demografico che solo recentemente è rallentato. Il tasso di fecondità supera spesso i 3 figli
per donna, quindi la natalità è molto elevata. Anche il tasso di mortalità è alto, perciò la popolazione
è giovane: i ragazzi al di sotto dei 15 anni ne costituiscono quasi la metà. Questo si
spiega con il permanere di società e stili di vita tradizionali, in cui la donna spesso non ha accesso
all'istruzione ed è attiva solo all 'interno della famiglia. Nelle società agricole i giovani
sono un'importante forza-lavoro e molti figli rappresentano una garanzia per la famiglia in
una situazione di alta mortalità infantile. In alcuni paesi a elevata natalità (Cina e India) le
difficoltà economiche hanno indotto i governi ad adottare politiche antinataliste, finalizzate
a diminuire le nascite. In Cina, per esempio, è proibito avere più di un figlio per coppia,
pena la perdita di contributi economici e l'emarginazione sociale.

Il divario nell'istruzione

- Negli ultimi decenni l'istruzione ha fatto molti passi in avanti nel mondo. Il tasso mo
diale di alfabetizzazione degli adulti è infatti passato dal 48% del 1970 al 72% del 2000 e i
quasi tutti i paesi è aumentata la percentuale delle persone che frequentano le scuole e
università. Tuttavia gli analfabeti sono tuttora 875 milioni e vivono per i 3/4 nei nove pae
in via di sviluppo più popolosi. I 2/3 di costoro sono donne, particolarmente discriminate e
escluse dalle scuole negli stati più arretrati. Oggi, poi, nei paesi poveri circa 100 milioni
bambini in età scolare, in maggioranza femmine, non possono accedere all'istruzione el
men tare poiché il loro tempo è occupato da attività domestiche e lavorative.

- Anche nell'istruzione, quindi, si registrano grandi differenze tra i vari stati. In quasi t
ti i paesi industrializzati, infatti, il tasso di alfabetizzazione sfiora il 100%, mentre in alcu
dei paesi più poveri del mondo (Africa sub-sahariana, Asia meridionale) l'analfabetismo in
ressa dal 60 al 90% della popolazione. Ci sono tuttavia paesi (Cuba, Brasile, Ecuador, Cin
Vietnam) in cui il tasso di alfabetizzazione ha raggiunto il 70-"85% della popolazione grazie
scelte precise compiute dai governi e altri che presentano differenze al loro interno: in M
rocco, per esempio, il tasso di analfabetismo è del 75% in campagna, mentre scende al 37%
città. In molti paesi avanzati esiste il problema dell'analfabetismo di ritorno: in particolar
negli USA e nel Regno Unito colpisce il 20% della popolazione adulta delle classi meno a
bienti, contro una media nazionale dello 0,5%. ·



- Le differenze nei livelli d'istruzione sono in gran parte determinate dalla quantità di fo
di che i diversi governi utilizzano per le istituzioni scolastiche. Attualmente i paesi ind
strializzati spendono per l'istruzione in media più di 800 euro l'anno per abitante, contr
circa 40 euro dei paesi poveri. In concreto ciò significa che mentre in Norvegia ci sono 7 alu
ni per maestro nelle scuole elementari, in India ce ne sono 71 e nella Repubblica Centroa
cana 99. In alcuni paesi dell'Africa le difficoltà economiche hanno portato, come per la sal
te, a una riduzione delle spese per l'istruzione e al crollo dei sistemi scolastici.


La salute, un bene non accessibile a tutti

~ Negli ultimi decenni la medicina ha compiuto enormi progressi nella conoscenza delle
malattie e oggi dispone di strumenti e tecniche chirurgiche avanzatissime, oltre che di farmaci
sempre più efficaci. Tutto ciò non è però disponibile per la maggior parte della popolazione
mondiale, quella che vive nei paesi del Sud del mondo, dove secondo l'Organizzazione
Mondiale della Sanità la situazione sanitaria è catastrofica. Al giorno d'oggi ancora centinaia
di milioni di persone dei paesi più poveri non hanno accesso alcuno alle cure e all'assistenza
sanitarie.

~ Questo incide profondamente sulla speranza di vita e la mortalità infantile. Nei paesi industrializzati
la speranza di vita si aggira intorno ai 79 anni, per scendere ai 70 dell'America
centro-meridionale e dell'Europa orientale, ai 64 dell'Asia meridionale e precipitare ai 46
dell'Africa sub-sahariana. Allo stesso modo, mentre in Europa o in America settentrionale
muoiono mediamente 5 bambini su mille prima dei 5 anni, in molti paesi dell'Africa o dell'Asia
sono oltre 200 i bambini morti ogni 1000 (più di 1 su 5). Inoltre se nei paesi sviluppati
la morte di una donna per parto o durante la gravidanza è un fatto rarissimo, nei paesi più
poveri questo accade per 1 donna ogni 50 parti.

~ Mentre nei paesi progrediti tutte le malattie infettive più gravi sono state debellate, nella
maggior parte di quelli in via di sviluppo alcune di esse, come la tubercolosi o la malaria, affliggono
ancora la popolazione. A ciò si aggiunge la tragedia dell'AIDS, un'epidemia che ormai
ha infettato 30 milioni di africani (tra cui 1 milione di neonati sieropositivi) e oltre 9 milioni
di asiatici, mietendo in Africa 2,4 milioni di vittime ogni anno e minacciando la sopravvivenza
di intere nazioni. Anche malattie come il morbillo e la diarrea, curabilissime
nei paesi ricchi, sono mortali, soprattutto per i bambini delle regioni più povere della Terra.
Spesso associate e aggravate da malnutrizione e denutrizione, esse si devono all'assenza di
vaccinazioni o alla mancanza di acqua potabile (1,4 miliardi di persone non vi ha accesso).

~ Lo stato sanitario disastroso dei paesi più poveri è determinato non solo dall'alimentazione
insufficiente e dalla carenza di igiene, ma anche dalla povertà: molti medicinali di base sono
venduti a un prezzo troppo alto per la stragrande maggioranza della popolazione. A ciò si
aggiunge la mancanza di personale medico: nei paesi poverissimi si trova un medico ogni
10 000 abitanti contro uno ogni 300 abitanti dei paesi ricchi. Negli ultimi decenni, inoltre, i
governi dei paesi poveri, per rimborsare il debito estero contratto con i paesi più industrializzati,
hanno ridotto le già esigue spese per la sanità e gli ospedali pubblici. Sono così sorte
strutture mediche private assai costose, inaccessibili a gran parte degli abitanti.

Le zone climatiche e gli ambienti della Terra

Le zone climatiche e gli ambienti della Terra


I fenomeni meteorologici e le zone climatiche

• Il clima di una regione terrestre è costituito principalmente dai due fenomeni meteorologici
che si ripetono nel tempo: le temperature e le precipitazioni. A questi si possono aggiungere
la pressione atmosferica, i venti, l'umidità, l'insolazione e la nuvolosità. Tali fenomeni
sono determinati da numerosi fattori come la latitudine, l'altitudine e la disposizione del rilievo,
la vicinanza o lontananza dal mare, la presenza di correnti marine calde o fredde, l'esposizione
al sole e ai venti. Il più importante è senza dubbio la latitudine, cioè la distanza di
un punto dall'equatore. A causa della curvatura terrestre e della diversa inclinazione dei raggi
solari, essa condiziona enormemente le temperature, che diminuiscono in direzione dei poli .


• In base alla latitudine, nel nostro pianeta si distinguono cinque grandi zone climatiche,
delimitate da isoterme, linee immaginarie che congiungono tutti i punti geografici aventi
le stesse temperature medie. Esse sono:
- la zona calda tropicale, posta tra i due tropici;
- le due zone temperate boreale e australe, grosso modo comprese fra i tropici e i circoli
polari;
- le due zone fredde, situate tra i circoli polari e i poli e nelle zone confinanti.
All'interno di queste cinque grandi zone esistono molte varietà climatiche e quindi numerosi
ambienti naturali o biomi, ognuno caratterizzato da una diversa distribuzione della
vegetazione, degli animali e delle possibilità di sfruttamento per l'uomo.

• Nella zona tropicale, la fascia equatoriale presenta un clima caldo umido con una temperatura
media elevata e abbondanti precipitazioni. Il giorno e la notte hanno circa la stessa
durata (12 ore) e non ci sono stagioni. È questa l'area della foresta equatoriale. A mano a mano
che ci si sposta verso i tropici le temperature rimangono elevate, ma le piogge diminuiscono
e si ha un clima caldo a due stagioni: una asciutta e una delle piogge. Qui si trovano la
savana e la foresta monsonica. In alcune aree, invece, le precipitazioni scompaiono quasi del
tutto e si ha un clima tropicale arido, che determina la formazione di ambienti desertici.

• I climi delle zone temperate, i più diffusi del mondo, presentano temperature generalmente
miti (superiori a 0°), con le piogge distribuite tutto l'anno e l'alternarsi di quattro stagioni.
Esistono però varie tipologie di clima: continentale, mediterraneo, oceanico. Anche
gli ambienti sono molto diversi: foreste di conifere e di latifoglie, macchia mediterranea,
steppa, prateria. Le zone fredde sono infine caratterizzate dall'ambiente polare e da quello
della tundra.

Gli uragani

Nelle regioni tropicali lo scontro tra masse d'aria
con forte differenza di pressione forma spesso
dei vortici d'aria assai pericolosi: gli uragani. Questi,
chiamati anche cicloni o tifoni, hanno potenti effetti
distruttivi. È il caso dell'uragano Katrina che ha colpito
il 29 agosto del 2005 le coste statunitensi della
Louisiana, nell'area di New Orleans. I venti hanno
raggiunto una velocità di 280 km/h.
Nelle foto è raffigurato l'uragano Katrina sul Golfo
del Messico, in due diverse giornate.
Nella prima (25 agosto] Katrina è una debole tempesta
di categoria 1; nella seconda immagine (27 agosto]
è diventata un uragano di categoria 5. Il vor-tìce
centrale privo di nubi, provocato dal movimento a
spirale della perturbazione, è chiamato «occhio del
ciclone». Quando questo passa su una zona, il vento
cala e per circa mezz'ora il cielo diventa sereno. Dopo
questa breve tregua la perturbazione colpisce con
rinnovata violenza.

Gli ambienti della fascia calda: la foresta pluviale

• All'altezza dell'equatore si estende una grande fascia distribuita su tre continenti che
ospita le terre più rigogliose del pianeta, èoperte dalla foresta pluviale. Grazie al clima caldo
umido e alla forte luce solare, la foresta pluviale dell'equatore è il bioma più ricco e straòrdinario
della Terra. Ospita infatti i due quinti delle specie animali e vegetali terrestri ed è percorsa
da alcuni dei fiumi più grandi del mondo, come il Rio delle Amazzoni in America meridionale
e il Congo in Africa .

• La foresta pluviale è sempreverde, in quanto nella fascia equatoriale non esiste l'alternarsi
delle stagioni e le piante si sviluppano continuamente. Grazie a questa crescita straordinaria
la foresta è lussureggiante e si sviluppa a strati: il livello più alto è costituito da alberi dab
l'ampia chioma fino a un'altezza di 70 m, quello più basso da arbusti (come le felci) che ricoprono
il terreno. Liane lunghissime crescono addossandosi alle altre piante e raggiungono
gli alberi più alti. Le rive dei grandi fiumi ospitano una vegetazione acquatica di cui fanno
parte le mangrovie, piante che hanno radici normalmente immerse nell'acqua ma esposte
all'aria quando negli estuari la marea si ritira. 

Il suolo, invece, è poco fertile a causa della rapida
decomposizione dei materiali organici dovuta alla notevole temperatura e umidità.
Nonostante ciò numerose sono le specie di questo ambiente utilizzate dall'uomo: da qui provengono
frutti come banana, ananas, papaia, mango, avocado e tuberi come la manioca, da
cui si ricava una farina nutriente. Molte altre specie, quasi sconosciute, sono attualmente oggetto
di ricerca a scopo farmaceutico e cosmetico. La foresta fornisce inoltre la metà del legname
prodotto ogni anno nel mondo, comprese piante molto pregiate come l'ebano, il mogano
e il palissandro. Il caucciù o gomma naturale è invece un lattice bianco che si estrae
dalla corteccia dell'albero della gomma.

• La fauna si è adattata alla stratificazione della vegetazione: nello strato più elevato vi sono
numerosi uccelli (tra cui pappagalli e tucani), in quelli interme_di scimmie e bradipi, sugli
alberi e al suolo strisciano numerosi rettili. La vegetazione fitta e impenetrabile non consente
ad animali di grossa taglia di vivere in quest'ambiente. Nei corsi d'acqua vi sono caimani,
coccodrilli e moltissimi pesci, tra cui i temibili piranha. L'aria calda e umida favorisce infine
lo sviluppo di un'estrema varietà d'insetti, batteri e parassiti che diffondono malattie pericolose
per l'uomo come la malaria e la malattia del sonno.

Gli ambienti della fascia calda: la savana

• Quando si lasciano le regioni equatoriali e ci si dirige, in entrambi gli emisferi, verso i tropici
la piovosità diminuisce gradualmente e la vegetazione diventa meno fitta. Inoltre il clima
è caratterizzato da due sole stagioni: quella secca e quella delle piogge. In queste zone la
foresta lascia via via il posto a piccoli boschifino a che si afferma la savana, grande distesa erbosa
interrotta qua e là da pochi alberi: i baobab, il cui grande tronco trattiene l'umidità, e
le acacie, con l'ombrosa chioma a ombrello. Il paesaggio della savana varia notevolmente
nelle diverse regioni del mondo; secondo le precipitazioni, infatti, la vegetazione può essere
più o meno ricca di alberi.

• Nell'Africa orientale, grazie a un'enorme quantità di erbe alte fino a 2 m, la savana ospita
i più grandi erbivori e carnivori della Terra. Gli animali si nutrono delle erbe secondo
un ordine preciso: dapprima le zebre divorano le parti più alte e dure, quindi gli gnu mangiano
quelle di media altezza; infine le gazzelle brucano le più corte e tenere. Gli elefanti e
le giraffe si nutrono, invece, delle foglie degli alberi. A loro volta, i grandi predatori carnivori
(leoni, leopardi) si cibano degli erbivori.

• Negli ambienti tropicali della savana è più facile coltivare il terreno che in ambiente equatoriale
e ci sono ampi spazi in cui allevare gli animali. Per questo vi abitano molti uomini riuniti
in villaggi dove si pratica un'agricoltura tradizionale, basata sui cereali e gli ortaggi
consumati dai membri della comunità. Molte aree, in genere le più fertili, sono però oggi
destinate alle grandi piantagioni a monocoltura, cioè coltivate con un solo prodotto (caffè,
cacao, ananas) destinato alla vendita e al commercio internazionale, piantagioni introdotte
dai colonizzatori e dalle grandi imprese multinazionali del settore alimentare.


Gli ambienti della fascia tropicale: la giungla

• Le regioni tropicali dell'Asia sudorientale bagnate dall'Oceano Indiano sono interessate
da un clima di tipo monsonico, caratterizzato dall'azione di venti stagionali, i monsoni appunto.
D'inverno e in primavera essi spirano da terra, dall'interno verso il mare, e il clima è
caldo e asciutto. D'estate e in autunno, invece, soffiano dall'o.ceano e portano pioggç torrenziali
in tutta le regione; le temperature rimangono elevate. L'ambiente naturale tipico
dell'Asia sudorientale è la giungla o foresta monsonica.

• Simile a quello della foresta equatoriale, l'ambiente ospita una vegetazione di cui fanno
parte alberi ad alto fusto che, come il tek, raggiungono i 30 mdi altezza. Fitta è la presenza
di arbusti e liane, di numerose piante pregiate come quelle delle spezie (cannella, pepe, noce
moscata), del bambù e del ficus (da noi usato come pianta ornamentale). Del suo sottobosco
è originaria la canna da zucchero. Diversamente dalla foresta equatoriale, la vegetazione è
meno folta e si trovano anche radure con alberi a basso fusto. La fauna selvatica è assai ricca:
ci sono i grandi mammiferi come la tigre, l'elefante indiano, il bufalo (tipico delle aree paludose),
il rinoceronte, la pantera, molte scimmie e variegate specie di uccelli .

• Fin dal passato la giungla è stata fortemente modificata dall'intervento dell'uomo. Le popolazioni
dell'Asia sudorientale, infatti, molto più numerose di quelle dell'Amazzonia o dell'Africa
equatoriale, ne hanno disboscato ampie distese per ricavarne soprattutto coltivazioni
di riso, già nell'antichità il principale alimento degli abitanti delle regioni monsoniche.
La distruzione della giungla, in alcune aree ridotta a piccole chiazze di vegetazione, è stata
accelerata dalla diffusione di piantagioni


Gli ambienti della fascia tropicale: i deserti caldi

• Nelle zone comprese tra i due tropici si trovano anche i deserti caldi, caratterizza_ti da
temperature molto elevate (anche superiori ai 50° C) durante tutto l'anno. In queste regioni,
dove non piove quasi mai, si crea una forte escursione termica tra il giorno e la notte per il
fatto che la terra, priva di vegetazione, si scalda rapidamente con il sorgere del sole e altrettanto
velocemente si raffredda dopo il tramonto.

• Il deserto caldo più esteso del mondo è il Sahara, che si estende in Africa, dall'Atlantico fino
all'Oceano Indiano, lungo il Tropico del Cancro. A nord della savana africana, infatti, la
vegetazione si sfoltisce, dapprima trasformando il paesaggio in una steppa di arbusti spinosi
e poche piante, poi in ambiente desertico vero e proprio. Nel Sahara resistono poche specie
vegetali: erbe dure, piante grasse (cactus) e cespugli di cui si cibano gli animali che riescono
ad adattarsi al difficile ambiente, come le gazzelle del deserto, l'antilope addax, i fennec (volpi
del deserto), i gerbilli (topi canguro), gli sciacalli e i dromedari. Le palme da dattero, piantate
dall'uomo, prosperano invece nelle oasi, vere e proprie isole verdi nel deserto, frutto della
sapiente tecnica idraulica delle comunità sahariane ("7 lezione 7) .

• Il deserto del Sahara non è uniforme: al deserto di sabbia, detto erg, si alternano il serir, il
deserto pietroso di ciottoli, e l'hammada, deserto roccioso di altipiani e catene montuose.
Nell'erg il vento muove la sabbia creando grandi dune dalla tipica forma a mezzaluna che si
spostano continuamente. Inoltre, quando spirano i venti desertici (come l'harmattan e il ghibli),
si formano dei turbini che sollevano enormi nuvole di sabbia, tali da oscurare il cielo. Il
Sahara è anche inciso da una fitta rete di uidian (uadi al singolare), letti asciutti dei fiumi
che migliaia di anni fa irrigavano la zona. Quando piove si riempiono d'acqua, per poi prosciugarsi
rapidamente. Talvolta si dirigono verso depressioni occupate da antichi laghi (detti
chott) dove si formano preziosi strati di sale a causa dell'evaporazione dell'acqua piovana.

• Pochi uomini abitano il Sahara: si tratta di allevatori nomadi di dromedari, dediti un
tempo al commercio carovaniero (come i tuareg), oppure agricoltori delle oasi. Oggi i campi
petroliferi ( "7 i1 caso, pag. 45) e l'insediamento di strutture turistiche hanno però trasformato
i paesaggi umani del Sahara.

Lo sapevi che ...

Il Sahara si estende su una superficie
di circa 10 milioni di km2,
grosso modo pari a quella dell'intera
Europa .
Nel Sahara il dromedario è soprannominato
«la nave del deserto
» per la sua resistenza alle alte
temperature e la capacità di trasportare
grossi carichi. È imparentato
con il cammello, da cui si
differenzia per il mantello meno
pesante e per il numero di gobbe:
una sola contro le due del cammello.
Quest'ultimo è invece diffuso
negli altipiani più freddi dell'Asia
centrale.

Gli ambienti della fascia temperata

• Oltre il 35° grado di latitudine, sia a nord sia a sud, si trovano gli ambienti temperati, in
gran parte situati nell'emisfero boreale, perché in quello australe le terre emerse sono assai
poco estese. Nelle regioni temperate l'assenza di situazioni climatiche estreme (troppo caldo
o troppo freddo, o eccesso di aridità) e la presenza di un ciclo di quattro stagioni hanno determinato
lo sviluppo di ogni forma di vegetazione (alberi, arbusti, erbe).

• La foresta di latifoglie è il bioma originario più diffuso negli ambienti temperati; è costituito
da piante (querce, faggi, abeti, betulle, pioppi, larici) che hanno un periodo di crescita
in primavera-estate a cui segue una stagione autunnale e invernale di riposo. Anche la fauna
originaria è molto ricca (lupi, orsi, lepri, cinghiali, cervi, volpi, uccelli). Fino al Settecento la
foresta a latifoglie ricopriva ampie zone dell'Europa e del Nordamerica, poi è stata ampiamente
distrutta dall'uomo.

• Con l'aumentare della latitudine, e quindi con condizioni climatiche più fredde, la foresta
di latifoglie dapprima si mescola e poi cede il passo alle foreste di conifere costituite
da piante aghifoglie. Nella fascia di transizione tra regioni aride e regioni temperate è invece
presente l'ambiente mediterraneo, caratterizzato da macchie di vegetazione con arbusti
e cespugli e qualche pineta. Anch'esso è stato quasi completamente modificato dall'insediamento
umano e oggi le sue coltivazioni caratteristiche sono l'ulivo e la vite. In altre
regioni di transizione (Europa orientale, Asia centrale, Nord-Sud America), dove le precipitazioni
sono scarse e d'estate il clima è caldo, s'incontrano invece gli ambienti della prateria
e della più arida steppa, entrambi formati da sconfinate pianure erbose con rarissimi
alberi. In molti casi queste aree sono destinate all'allevamento brado di bestiame, come avviene
nella pampa argentina .

• In tutta la fascia temperata le condizioni ambientali favorevoli all'insediamento umano
e la fertilità dei terreni hanno favorito lo sviluppo dell'agricoltura e, quindi, la disponibilità
di vegetali commestibili ha agevolato la crescita della popolazione e lo sviluppo sociale. Per
questo motivo gli ambienti temperati sono i più fittamente popolati del pianeta, insieme a
quelli monsonici. Per la stessa ragione qui si sono av_viate le principali rivoluzioni tecnologiche
e sociali (rivoluzione agraria e rivoluzione industriale) che nell'età moderna hanno modificato
radicalmente i paesaggi naturali e gli equilibri ecologici della Terr~.